Loop Issue Two

 

I Sogni Migliori
by Cesare Zavattini
.

Il cinema dovrà scoprire le cose originarie e abbandonare il balordo concetto di inverosimile e di eccezionale che la letteratura sta buttando finalmente alle ortiche.

Con un cieco non arrossisci a proporre il seguente soggetto: "Dalle ore diciassette, ordine divino, siamo tutti immortali". È inutile discutere, i dubbi ecc. ecc. dopo le prime ore di sbigottimento, poi di gioia folle, orge, danze, pianti, constatazione della verità: immortali.

Un signore si è buttato dal muraglione del Pincio, ha fatto tre o quattro rimbalzi come una palla di gomma sul lastrico, e infine si è alzato arzillo e con la giacca solo un pochino impolverata. La vita continua, però,

almeno in principio seguitando a svolgere le trame imbastite prima delle ore diciassette. A poco a poco sorgono nuove coscienze: avremo avuto cura d'impiantare una storia con sei o sette personaggi e la risolveremo nel clima "dopo le diciassette". Un'amica vi telefona: "Ti aspetto questa sera". Che cosa risponderete, immortali miei? Non saprei neanch'io. Certo che sarebbe bello entrare in una casa dove stanno litigando e avvertirli con la voce di un usciere: "Dalle ore tot siete tutti immortali". Molto interessante sarebbe il periodo del trapasso dal regime mortale a quello immortale: invece è facile prvedere per dopo la statuaria configurazione dell'umanità, l'edera crescerà sui nostri corpi e i piedi metteranno radici nella terra.

I sogni sono dei ciechi e dei veggenti. Un film tutto sui sogni costituirebbe un documentario importante anche per i posteri: o difficilmente sapranno che cosa sognavano i cittadini di questo periodo bellicoso.

La supervisione - non intendo fare dei giochi di parole cretini - l'affiderei a un cieco.

Ma niente flou, rallentamenti, niente surrealismo, come direbbero i produttori, i nostri sogno sono nitidi e feroci, possiamo discuterli stando su un'amaca dopo colazione. I nostri sogni sono la tavola pitagorica, moltiplichiamo Antonio per Achille, addizioniamo il bicchiere con la calamita, o la nipotina di Carlo, e otteniamo risultati chiari e impacifici.

Restiamo rigorosamente nell'ordine delle cose conosciute: un albero è un albero e non può esistere se non come albero. Ma nei sogni l'albero parla, e dal nostro ventre escono chilometri di intestino con molta naturalezza.

Siamo in grado addirittura di creare una città che sia dalle fondamenta frutto di un sogno. Chiudete gli occhi, amici miei, ecco la città con le piazze i campanili gli abitanti. In una vertina sono esposti alcuni uomini, un passante malinconico entra, prende in affitto per un'ora un giovanotto biondo, se lo porta ai giardini pubblici, gli racconta le sue faccende private, lo riporta in ditta allo scadere dell'ora.

Non vi dico le altre inaspettate apparizioni, tuttavia vi avverto che il loro senso sarà nella terrana verità del loro svolgersi.

Niente di magico. Per detronizzare Frankestein e tentare il "nuovo" abbiamo solo urgenza di riproporre alla nostra attenzione i motivi pietrificati dai secoli. Rinunceremo alla truca, al transparencier, agli infiniti sotterfugi cari a Méliès. La meraviglia deve essere in noi ad esprimersi senza meraviglia: i sogni migliori sono quelli fuori nebbia, si vedono come le nervature delle foglie.

 

Cesare Zavattini was a neo-realist screenwriter whose credits include "The Bicycle Thief" (1948) and "Umberto D" (1952).

[This essay originally appeared in “Il Banale Non Esiste” (Banality Does Not Exist), ed. Bompiani. Republished in "Cinema", #92, 25 April 1940.]