almeno in principio seguitando a svolgere le trame imbastite prima
delle ore diciassette. A poco a poco sorgono nuove coscienze:
avremo avuto cura d'impiantare una storia con sei o sette personaggi
e la risolveremo nel clima "dopo le diciassette". Un'amica
vi telefona: "Ti aspetto questa sera". Che cosa risponderete,
immortali miei? Non saprei neanch'io. Certo che sarebbe bello
entrare in una casa dove stanno litigando e avvertirli con la
voce di un usciere: "Dalle ore tot siete tutti immortali".
Molto interessante sarebbe il periodo del trapasso dal regime
mortale a quello immortale: invece è facile prvedere per
dopo la statuaria configurazione dell'umanità, l'edera
crescerà sui nostri corpi e i piedi metteranno radici nella
terra.
I sogni sono
dei ciechi e dei veggenti. Un film tutto sui sogni costituirebbe
un documentario importante anche per i posteri: o difficilmente
sapranno che cosa sognavano i cittadini di questo periodo bellicoso.
La supervisione
- non intendo fare dei giochi di parole cretini - l'affiderei
a un cieco.
Ma niente
flou, rallentamenti, niente surrealismo, come direbbero i produttori,
i nostri sogno sono nitidi e feroci, possiamo discuterli stando
su un'amaca dopo colazione. I nostri sogni sono la tavola pitagorica,
moltiplichiamo Antonio per Achille, addizioniamo il bicchiere
con la calamita, o la nipotina di Carlo, e otteniamo risultati
chiari e impacifici.
Restiamo rigorosamente
nell'ordine delle cose conosciute: un albero è un albero
e non può esistere se non come albero. Ma nei sogni l'albero
parla, e dal nostro ventre escono chilometri di intestino con
molta naturalezza.
Siamo in grado
addirittura di creare una città che sia dalle fondamenta
frutto di un sogno. Chiudete gli occhi, amici miei, ecco la città
con le piazze i campanili gli abitanti. In una vertina sono esposti
alcuni uomini, un passante malinconico entra, prende in affitto
per un'ora un giovanotto biondo, se lo porta ai giardini pubblici,
gli racconta le sue faccende private, lo riporta in ditta allo
scadere dell'ora.
Non vi dico
le altre inaspettate apparizioni, tuttavia vi avverto che il loro
senso sarà nella terrana verità del loro svolgersi.
Niente di
magico. Per detronizzare Frankestein e tentare il "nuovo"
abbiamo solo urgenza di riproporre alla nostra attenzione i motivi
pietrificati dai secoli. Rinunceremo alla truca, al transparencier,
agli infiniti sotterfugi cari a Méliès. La meraviglia
deve essere in noi ad esprimersi senza meraviglia: i sogni migliori
sono quelli fuori nebbia, si vedono come le nervature delle foglie.
Cesare
Zavattini was a neo-realist screenwriter whose credits include
"The Bicycle Thief" (1948) and "Umberto D"
(1952).
[This essay
originally appeared in “Il Banale Non Esiste” (Banality
Does Not Exist), ed. Bompiani. Republished in "Cinema",
#92, 25 April 1940.] |